Nuovo anno, nuove storie

Work in progress

Il 2020 si chiude (finalmente, è d’obbligo aggiungere). 
Quest’anno di cambiamenti ce ne sono stati fin troppi, mostrandoci con tutta la loro forza come noi “specie dominante”, in realtà non dominiamo un bel niente e siamo ospiti precari su questa sfera (oddio l’ho detto!) che viaggia nello spazio.

Io sono tuttavia concordo con il detto per cui “Il problema non è il problema. Il problema è come tu reagisci al problema”.

Vi è mai capitato di sorprendervi a dire, o anche solo a pensare, cose del tipo: “Magari un giorno farò questo”, “Un giorno farò quello, chissà…”, “È il mio sogno di un domani…”, ecc? Io sì, tantissime volte, tanto da avere un cassetto con il fondo imbarcato da quanti sogni ci ho stipato dentro, in attesa di un indefinito e indefinibile “momento giusto”. La realtà è che il momento giusto non esiste. Un giorno pensi che il tuo problema maggiore sia (inserire c@zzata a scelta), e il giorno dopo scoppia una pandemia. Non so voi, ma io preferisco un epitaffio con scritto: “Ci ha provato. Ha fatto schifo.” piuttosto che: “Aveva grandi sogni.” 😉

Eccomi quindi qui con un sacco di novità e progetti spolverati e messi in pista per l’anno appena incominciato.

Il 2020 è stato per me un anno di cova (per usare un termine gallinesco a me caro) durante il quale ho pubblicato un solo libro (I Guardiani dell’Oblio) ma mi sono dedicata a gettare le basi per molti altri progetti. Il maggiore è, senza dubbio, l’avvio del marchio editoriale Mango Hill Books con il progetto di affacciarmi presto nel mercato anglofono. Ne ho realizzato il sito internet, oltre a questo in cui sto scrivendo, dedicato alla mia attività di autore, siti che si vanno ad affiancare a Storie di Storia.

MA COSA BOLLE IN PENTOLA PER IL 2021?

I progetti sono tantissimi, forse troppa carne al fuoco, ma le idee e la volontà ci sono. Eccoli:

1) Un thriller storico ambientato in Australia intorno al 1875. Si chiamerà Hell’s Gates, ma non perché me la tiri volendo mettere un titolo straniero, bensì perché questo è il nome di una scogliera mozzafiato, qui nel Queensland, che mi ha stregato non appena l’ho vista e mi son tremate le gambe guardando il fondo. Con la sua conformazione particolare a imbuto, ricca di scogli e con un’apertura all’interno della roccia che entra della montagna, sembra davvero una porta per l’inferno. Sono almeno tre anni che una storia di vendetta, passione e intrigo – che ha inizio con il naufragio tra questi scogli di una nave di galeotti diretta a una colonia penale – mi chiama. E nel 2021, rispondo.

 

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2) Un romanzo cozy mystery.

Cos’è un cozy mistery? Secondo la definizione di Wikipedia: Misteri accoglienti, detti anche “cozies”, sono un sottogenere della finzione criminale in cui il sesso e la violenza si verificano fuori dal palcoscenico, il detective è un dilettante e il crimine e l’individuazione avvengono in una piccola comunità socialmente intima.
In pratica, per capirci, sono i gialli alla Agatha Christie e quelli della popolare serie televisiva “Murder, She Wrote”, da noi conosciuta come La signora in giallo.

Questo genere mi ha sempre attirato ed è arrivato il momento di smettere di “tenerlo da parte”. Anche la mia investigatrice dilettante si troverà coinvolta in misteri in una comunità della campagna americana, ricca di personaggi, figure particolari e… qualche gallina 😉.
Sono ancora indecisa se usare uno pseudonimo per separare dalla produzione classica degli storici. Voi cosa ne pensate?

 

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3) Vorrei riuscire ad andare avanti con la serie Fantasy. (Solo mera illusione?) Non è un genere molto richiesto ma c’è poco da fare: quella su Neiuar è una storia che amo e che mi sta nel cuore. La Regina Rossa attende di essere raccontata, come i due romanzi successivi che saranno invece ambientati sul pianeta Terra durante i suoi ultimi giorni. Sì, è un apocalyptic, ma ormai avete capito che non mi piace restare chiusa nella gabbia di un solo genere 😉

 

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4) E gli egizi? Dove li mettiamo i benedetti Egizi? La serie di Tutankhamon non è ancora finita perché ho deciso di dare spazio a un’altra storia, ambientata prima di quella di Khemfre ne Il marchio di Sekhmet. Precisamente quando Tutankhamon era bambino e vigeva ancora la religione monoteista dell’Unico dio Aton.

Il romanzo si intitolerà La figlia di Bastet e sarà il primo del 2021 ad uscire. Abbiate ancora un po’ di pazienza. Nel frattempo, vi allego in esclusiva un estratto (ancora una prima stesura):

Trovai mio padre in un angolo, ridotto a uno stato pietoso, seduto con la schiena contro la parete e la testa che gli ciondolava sul petto. Ai suoi piedi erano sparsi i resti di varie anfore, frantumate fino a essere ridotte in cocci. Sembrava che avesse voluto distruggere ogni cosa, bere fino a sentirsi male, vomitare e poi ricominciare daccapo.
«Papà…» mormorai, con un groppo in gola. Non l’avevo mai visto così: lui era quello forte, la solida colonna portante della nostra famiglia, e la cosa mi spaventava.
«Kefera…» biascicò, non appena realizzò la mia presenza, alzando con gesto stanco la coppa vuota che teneva in una mano. «Vuoi farmi compagnia? Abbiamo qui la migliore vendemmia del primo – e unico – anno di regno del grande Smenkhara, poveraccio. Un’autentica rarità! Ecco… ma dove sta quella fottuta anfora?» Con movimenti rallentati, si allungò verso la giara che aveva a fianco. L’afferrò malamente e questa gli scivolò di mano, inclinandosi e cominciando a versare fiotti di liquido vermiglio sul suolo già impiastricciato.
«Papà, per favore, smettila» lo pregai, raggiungendolo e accovacciandomi per rimettere in piedi il contenitore.
«Smetterla di cosa, di bere?» ribatté, guardandomi con una luce febbrile negli occhi. «Hai paura che il caro Khaemopet non trovi più nulla di valore in cantina quando rileverà la nostra preziosa Casa della Birra?»
Sghignazzò e io scossi la testa. «Basta, papà, non è da te.»
«Non è da me? Non è da me?» Scoppiò in una risata isterica. «Tu non sai un cazzo cosa sia da me!»
Non avevo mai sentito mio padre esprimersi in modo volgare e la cosa mi fece accapponare la pelle.
«Adesso basta. Che ti piaccia o no, ti porterò fuori da qui» annunciai, alzandomi in piedi e mettendomi le mani sui fianchi. «Puoi venire da solo, con le tue gambe, oppure chiamerò Habibah e ti trascineremo fuori insieme, di peso. Cosa scegli?»
Rimasi in attesa, risoluta, ma mio padre aveva già ripreso a fissare il vuoto davanti a sé, con un’espressione vacua.
«Era piena di gatti» mormorò, inseguendo un pensiero lontano.
«Che cosa!?» esclamai, spiazzata, sollevando le sopracciglia.
«Questa città, vent’anni fa, prima che arrivasse l’editto di Akhenaton che proibiva il culto di Bastet insieme a tutti gli altri dei. Per-Bast era piena di fottutissimi e merdosissimi gatti. Te li trovavi tra i piedi ovunque e non potevi neppure prenderli a calci perché erano sacri. Neppure quando ti saccheggiavano la dispensa, con la carne pronta per essere cucinata per i clienti.» Reclinò la testa all’indietro e l’appoggiò al muro, chiudendo gli occhi. «C’erano gatti dappertutto: sui tetti delle case, al porto ad aspettare le barche da pesca… sotto i tavoli dove i clienti mangiavano. Ovunque! E sai cosa desiderava di più, tua madre? Non gioielli, unguenti profumati o lini pregiati per le tuniche, ma un fottutissimo e merdosissimo gatto.»
Il petto di Yafeu cominciò ad alzarsi e abbassarsi, scosso da una bassa e profonda risata senza controllo. Rimasi in silenzio, incapace di dire nulla. Non mi sentivo in diritto d’interrompere il fiume dei ricordi che stava facendo breccia in lui.
«Certo non uno dei pulciosi randagi che si azzuffavano nei vicoli» riprese, passandosi il dorso della mano davanti alla bocca, «ma sempre una di quelle dannate bestie “così care a Bastet”. E così, pagando una fortuna a un mercante di Damasco che si spingeva con la carovana fino a Babilonia, riuscii a procurare ad Akila ciò che desiderava: una gattina dal manto candido come il bianco hedj dei vestiti degli dei e gli occhi ciascuno di un colore diverso: verde e azzurro.» Sospirò, volgendo la testa a guardarmi. «Avrei fatto di tutto per lei, Kefera. Tua madre era una donna straordinaria e io l’amavo. Ed era bellissima, come Maibe. Non sono stato in grado di proteggere nessuna delle due.»
Con un’ombra cupa negli occhi, tornò a fissare la parete davanti a sé.
Deglutii. Non potevo rimandare oltre la domanda che mi tormentava.
«Papà, ho bisogno di saperlo, ti prego. Come sta Maibe?»
Passarono alcuni istanti di silenzio nei quali non fui più certa di voler conoscere la risposta.
«È viva» esalò, infine, senza guardarmi.
Due sole parole che racchiudevano allo stesso tempo sollievo e speranza assieme al peso angosciante per quanto taciuto.
«Vado da lei» annunciai. Non ne potevo più di rimandare. «Vieni fuori di qui e andiamoci assieme. Sarà importante, per lei, sapere che le siamo accanto.»
«Vattene» mormorò.
«Papà, ascoltami…»
«Ti ho detto di lasciarmi in pace!» ruggì, piantandomi contro uno sguardo rabbioso che mi spaventò, facendomi arretrare. La furia gli scivolò via dal volto rapida com’era apparsa, lasciando il posto a un’immensa pena. «Ti prego, Kefera, va via» piagnucolò, incapace di arrestare oltre le lacrime. «Non riuscirei a reggere un’altra volta la vista di quel che resta di lei.»
Le sue parole mi colpirono come un pugno allo stomaco e dovetti cercare sostegno, appoggiandomi alla parete.

Questo è quanto. E quello per cui mi impegnerò nell’anno a venire.

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A presto!

Isabel

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